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SS16 Monopoli-Bari, lo scandalo infinito: lavori su lavori, traffico nel caos e nessuno che risponde. In un Paese normale qualcuno si sarebbe dimesso

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di Ruggero Cristallo

C’è un tratto di strada statale che da mesi rappresenta il simbolo più eloquente dell’inefficienza di chi dovrebbe gestire le infrastrutture pubbliche di questo Paese. È la SS16 Adriatica, nel tratto che da Monopoli conduce verso Bari: un nastro d’asfalto — quando c’è — trasformato in un percorso ad ostacoli permanente, teatro di lavori che sembrano non finire mai, che si sovrappongono, si ripetono, si annullano e ricominciamo daccapo.

Mesi di cantieri. Interventi rifatti più volte. Tratti riasfaltati e poi di nuovo aperti. Una gestione del lavoro pubblico che sfida qualsiasi logica e che scarica il prezzo di ogni errore sulle spalle di migliaia di automobilisti costretti ogni giorno a fare i conti con code, deviazioni improvvisate e segnaletica inesistente o insufficiente.

E ora, come se non bastasse, arriva il colpo di grazia: si posa l’asfalto in piena estate, con il traffico veicolare triplicato rispetto ai mesi invernali. Un’operazione che chiunque abbia anche solo un’infarinatura di buon senso avrebbe programmato in autunno, in inverno, nei mesi in cui la statale è percorsa da una frazione del traffico attuale. Di notte. Invece no. Si aspetta fine giugno, si aspetta il pieno della stagione turistica, si aspetta che le file di auto si allunghino fino all’inverosimile, e poi si decide che è il momento giusto per tirare fuori le macchine del bitume.

A completare il quadro, l’assenza totale di assistenza per chi resta incolonnato sotto il sole. Nessuna indicazione chiara, nessuna presenza delle forze dell’ordine a regolare il traffico, nessun presidio della Protezione Civile con anche solo una bottiglietta d’acqua per gli automobilisti bloccati da ore nel caldo di giugno. Niente. Il cittadino è solo, al sole, nel caos.

Terzo mondo, verrebbe da dire. Ma sarebbe un’offesa al terzo mondo, dove spesso la creatività e la solidarietà suppliscono a ciò che manca. Qui manca tutto: la programmazione, il rispetto per chi paga le tasse, il senso minimo di responsabilità verso la collettività.

I dirigenti dell’ANAS responsabili di questo tratto dovrebbero avere la decenza di spiegare pubblicamente le ragioni di una gestione tanto disastrosa. In un Paese normale — in cui chi sbaglia paga e chi amministra male i beni pubblici ne risponde — si dimetterebbero. Senza aspettare che qualcuno glielo chieda.