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I timidi hanno maggiore successo

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Viviamo in una società che insegna che il mondo è di chi sa essere estroverso e aggressivo. Eppure libri, studi ed esperti, in tutto il mondo, dicono che la timidezza è un tratto caratteriale prezioso, che reca benefici in vari campi del comportamento, dall’amore al lavoro alle relazioni in generale.

«I timidi sono sempre esistiti» spiega lo psicoterapeuta e sessuologo Walter La Gatta. «È quella categoria di persone più introspettive e riservate, che non cercano di primeggiare né di mettersi al centro dell’attenzione e per questo non è considerata vincente». E stiamo parlando di una fetta importante della popolazione: secondo recenti indagini, il 10% di quella mondiale, mentre alcuni studi condotti dallo psicologo americano Philip Zimbardo evidenzia un dato superiore di persone, compreso tra il 30 e il 60% degli intervistati, che si definiscono timide.

Ma in che senso la timidezza può essere un tratto caratteriale positivo? «Le persone timide sono più attente ai bisogni dell’altro, più riflessive, meno imprudenti» prosegue La Gatta. «Di recente una ricerca americana ha fatto scalpore asserendo che i manager timidi hanno in generale maggiore successo dei manager estroversi: proprio per la loro maggiore ponderatezza e attenzione a evitare rischi inutili». I timidi posseggono varie doti vincenti: ascoltano con attenzione le persone che li circondano; sanno attrarre individui creativi e indipendenti; sanno prendere decisioni ponderate e meno dipendenti dagli altri, contrarie all’impulsività; ispirano fiducia e collaborazione in chi interagisce con loro.

La storia stessa ci dice che i timidi si sono spesso segnalati per propositività e creatività, dagli scrittori (Leopardi, Kafka, Tolstoj, Proust, nonché J. K. Rowling, autrice di Harry Potter) ai musicisti (Ravel, Schumann), dai filosofi (Spinoza, Rousseau) ai politici (Abraham Lincoln, Togliatti, De Gasperi) e agli uomini di scienza (Einstein, Bill Gates). Sempre la storia testimonia che, fino a pochi decenni fa, la timidezza era valorizzata e il non mettersi in mostra era considerato un tratto positivo. In Oriente le cose stanno ancora così (il silenzio e il ritegno appartengono ai saggi) ma ci sono segnali che anche in Occidente qualcosa sta cambiando, come la nascita di club, associazioni, gruppi di auto-aiuto il cui obiettivo è rivalutare la timidezza nel presupposto che “timido è bello”.

Nel 2006 è nata perfino la Lega italiana per la tutela dei diritti degli introversi, nel presupposto che questi abbiano enormi potenzialità emozionali e intellettive inespresse. Tra le attività realizzate dall’associazione, gruppi di auto-aiuto, workshop, campagne di sensibilizzazione e laboratori di recitazione tesi a smascherare la cultura della vendita di se stessi, oggi imperante, attraverso l’arte drammatica.

Susan Cain, autrice del libro Quiet. Il potere degli introversi in un mondo che non sa smettere di parlare, afferma che la timidezza potrebbe perfino essere una strategia evolutiva per la sopravvivenza della specie. Nel regno animale 15-20 specie su 100 possono essere considerate “introverse”: guardinghe, prudenti, poco esibizioniste. Queste specie, dette sitters (quelli che stanno fermi), hanno dei vantaggi evolutivi rispetto alle specie rovers (vagabondi, girovaghi), inclini all’azione: sono attente, scaltre, notano più cose, osservano meglio l’ambiente circostante e sono più sensibili, creative e affidabili. I rovers, invece, sono più impulsivi, agiscono senza pensare e possono per questo cacciarsi nei guai. Lo stesso vale per gli esseri umani.