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A dieta, ma senza rinunciare alla pasta. Un nuovo studio

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Non c’è bisogno di rinunciare alla pasta per dimagrire o per mantenere il proprio peso. La buona notizia per tutti gli amanti di spaghetti, penne e maccheroni arriva da uno studio pubblicato su Bmj Open.

Dopo aver analizzato i dati di 32 studi che hanno coinvolto circa 2.500 partecipanti, tutti sovrappeso o obesi seguiti dalle 12 alle 24 settimane, gli scienziati hanno consegnato un verdetto di piena assoluzione: non è colpa della pasta se ingrassiamo, perché nonostante sia fatta con farine raffinate la pasta ha un basso indice glicemico.

  Se vogliamo interpretarlo come un elogio incondizionato al piatto preferito degli italiani o come un invito a consumarne in quantità conviene fermarci qui. Perché se andiamo più a fondo, le prove raccolte dai ricercatori a sostegno dell’ “innocenza” della pasta, onestamente, non permettono di arrivare a tanto.

Gli studi analizzati hanno infatti tutti messo a confronto diete a basso contenuto di zuccheri con regimi alimentari ad elevato contenuto glicemico. Dimostrando, come era prevedibile, che le prime funzionano meglio delle seconde.

Insomma, chi non mangia dolci e non esagera con il vino mangiando comunque la pasta riesce a dimagrire più di chi assume cibi calorici ma non la pasta. Basta questo per dire che un alimento non fa ingrassare?

Tra i 32 studi analizzati ce ne sono 11 particolarmente approfonditi che valutano anche la quantità e la frequenza con cui vengono consumati i primi piatti. Ebbene, si scopre che chi mangiava tre porzioni di mezza tazza di pasta alla settimana (un assaggio per intenderci) dimagrisce più di quelli che consumano una dieta ad alto indice glicemico. Di quanto è la differenza tra i due gruppi? 0,70 chilogrammi, neanche un chilo.

Sono dati, dobbiamo ammetterlo, che non giustificano il “via libera alla pasta” che avremmo tanto gradito. Tuttavia non sono dati da ignorare.

Questo studio infatti se non arriva a dirci che possiamo mangiare pasta a volontà, dimostra però che la pasta non deve essere demonizzata e che, se inserita in un corretto regime alimentare, effettivamente non fa ingrassare. E il messaggio è diretto non tanto a noi italiani, cresciuti a pasta e pasta, che difficilmente disdegniamo un piatto di spaghetti, quanto ad altre popolazioni meno pasta-centriche che hanno molti sospetti sull’impatto della pasta sul giro-vita.

«Stiamo osservando che esiste diffuso un sentimento anti-carboidrati se non un vero e proprio attacco – ha dichiarato John Sievenpiper, nutrizionista dell’Università di Toronto, a capo dello studio – in particolare verso i prodotti di base come riso, pasta e pane. E così abbiamo deciso di mettere alla prova la domanda: è vero che la pasta può avere effetti avversi come suggeriscono i titoli dei giornali e i posti sui vari blog e le opinioni di alcuni esperti che si trovano sui social e sui media tradizionali?».

 È tutto chiaro: lo studio invita a non demonizzare la pasta, abitudine evidentemente in auge in molti Paesi ma assai meno nel nostro, perché non sono due o tre piccole porzioni di spaghetti a settimana a mandare a monte i propri obiettivi dietetici.

«Se parliamo di peso, mantenendo una dieta bilanciata e salutare, in questo caso una dieta a basso contenuto glicemico, la pasta non manda in fumo i propri obiettivi – dice Sievenpiper – e può aiutare persino a raggiungerli».