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Sforbiciata all’Iva: il governo: zero tasse su pasta, pane e latte, dimezzate per carne e pesce

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L’ultima volta che venne ritoccata in modo “pesante” fu per un aumento. Era il 2013, e l’Iva (imposta sul valore aggiunto) per i beni non di prima necessità passò dal 21 al 22%. Stavolta, invece, il governo è al lavoro per provare a diminuire una delle tasse che più pesano sul portafogli degli italiani, a prescindere dal loro reddito. Anzi, per azzerarla, almeno per alcune categorie di beni di cui non si può fare a meno. A cominciare da pane, pasta e latte.

Un passo indietro. Attualmente le diverse “fasce” dell’Iva sono quattro: i beni di prima necessità (come molti di quelli alimentari, dal pane alla pasta al latte, ma anche il burro e la frutta fresca) vengono tassati al 4%. Altri al 5% (da quest’anno, rientrano in questa categoria anche i prodotti per l’infanzia e l’igiene intima femminile), oppure al 10% (come il pesce e la carne). Su tutto il resto, invece, si applica un prelievo del 22%. 

Il piano

Il piano del governo, al quale lavora in particolare il viceministro dell’Economia e delle Finanze Maurizio Leo, è quello di provare a rivedere la classificazione di alcuni beni e servizi. A cominciare da quelli di larghissimo consumo (appunto pane, pasta e latte), sui quali l’esecutivo punta ad azzerare l’Iva. Introducendo così una sorta di “aliquota zero”. L’ipotesi era già stata avanzata durante l’elaborazione dell’ultima legge di bilancio, poi però l’idea era stata accantonata. Ora l’intenzione è di riprovarci. Non solo. Per i beni tassati al 10%, come carne e pesce, la volontà è quella di dimezzare l’Iva, portandola al 5%.

Beni, si legge nella bozza del decreto predisposta dal viceministro Leo, «meritevoli di agevolazione in quanto destinati a soddisfare le esigenze di maggior rilevanza sociale». Il piano, insomma, prevede di creare una sorta di “carrello della spesa” con aliquote ridotte, in modo da contrastare gli effetti dell’inflazione che ancora si fanno sentire. Per il Mef, il costo dell’operazione si aggirerebbe tra i 4 e i 6 miliardi di euro, mentre secondo il Codacons il risparmio si aggirerebbe sui 300 euro annui a famiglia. 

Opere d’arte

Ma la riforma potrebbe non limitarsi a questo. Tra le ipotesi circolate finora, infatti, c’è anche quella di cambiare il regime di tassazione per il commercio e l’importazione di opere d’arte, garantendo un’aliquota ridotta anche alle cessione di oggetti d’arte o da collezione. Si tratta di una delle categorie indicate da una direttiva europea che suggerisce una «armonizzazione» delle aliquote nei diversi Stati membri. E l’esecutivo sarebbe intenzionato a cogliere l’opportunità: «Il governo intende recepire la direttiva Ue che riduce l’Iva sull’importazione delle opere d’arte dal 10 al 5,5%» ha dichiarato il sottosegretario alla Cultura, Vittorio Sgarbi, che sul punto ha già avuto un confronto con Leo. 

E i tempi? Il testo della delega sarebbe praticamente pronto, tanto che c’è chi prevde un suo arrivo in Cdm già nei prossimi giorni. Ed è allora si saprà con più certezza se l’Iva, come da annunci, sia davvero destinata a scendere.