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Pesca del riccio di mare, Basile propone una nuova strategia tra tutela e lavoro

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Dopo tre anni di blocco totale della pesca del riccio di mare, il dibattito sulla salvaguardia dell’ecosistema marino pugliese entra in una nuova fase. Il consigliere regionale di Fratelli d’Italia, Dino Basile, ha ufficialmente aperto una riflessione sul futuro del comparto, sottolineando la necessità di superare le contrapposizioni ideologiche per analizzare con pragmatismo gli effetti reali del fermo biologico. La legge attuale, nata da una proposta del collega Paolo Pagliaro con l’obiettivo lungimirante di favorire il ripopolamento della specie, viene riconosciuta come un passo importante, ma i risultati ottenuti finora richiedono, secondo Basile, un aggiornamento della strategia regionale.

Il punto centrale della questione risiede nel divario tra gli obiettivi ambientali e la realtà economica degli operatori. Se da un lato il fermo ha cercato di dare respiro ai fondali, dall’altro non sembra aver garantito il pieno raggiungimento dei target di ripopolamento prefissati. Per questa ragione, il consigliere sollecita un approccio basato sul monitoraggio scientifico costante e sulla collaborazione attiva tra istituzioni, università, biologi marini e pescatori professionisti. L’idea è quella di passare da un divieto statico a una gestione dinamica che preveda progetti sperimentali di riproduzione artificiale e l’individuazione di aree specifiche sottoposte a controlli rigorosi.

Un aspetto critico evidenziato riguarda la condizione economica dei pescatori regolari. Nonostante le risorse stanziate per i ristori e le iniziative volte a inasprire le sanzioni contro l’abusivismo, i sostegni sono stati spesso giudicati insufficienti per garantire una vita dignitosa a chi rispetta le regole. La proposta di Basile punta a una sintesi necessaria: la tutela del mare non deve essere percepita come una punizione per i lavoratori onesti, ma come un percorso condiviso in cui la vigilanza gioca un ruolo chiave.

Per contrastare efficacemente la pesca illegale, che continua a danneggiare la biodiversità nonostante i divieti, si ipotizza il potenziamento della rete di vigilanza attraverso figure simili agli ispettori ambientali. In questo scenario, i pescatori autorizzati diventerebbero i primi custodi del mare, fungendo da presidio contro gli abusivi. Difendere l’ambiente, conclude il consigliere, significa garantire dignità e continuità economica alle comunità che vivono di pesca, integrando la protezione delle risorse naturali con la stabilità sociale del settore.